La barzelletta del frate nel monastero del silenzio che fa ridere da duemila anni

Ridere è una delle poche cose che accomuna davvero tutti gli esseri umani, indipendentemente da cultura, lingua o latitudine. Ma perché ridiamo? Dal punto di vista neurologico, la risata attiva il sistema limbico, quella parte del cervello legata alle emozioni e alle ricompense. In sostanza, ridere ci fa stare bene perché rilascia endorfine, gli stessi neurotrasmettitori che entrano in gioco durante l’attività fisica. Non è un caso che si dica che una risata al giorno leva il medico di torno: numerosi studi confermano effetti benefici su sistema immunitario e pressione arteriosa.

E no, non siamo gli unici a ridere. Scimpanzé, bonobo e persino i ratti producono vocalizzazioni associate al gioco che i ricercatori considerano una forma primitiva di risata. La nostra, però, è l’unica che nasce anche da un’elaborazione cognitiva: capiamo le barzellette perché il nostro cervello ama le incongruenze, ovvero situazioni in cui l’aspettativa viene sovvertita in modo inaspettato.

Nella storia, l’umorismo ha cambiato forma ma non sostanza. Gli Antichi Romani ridevano di tutto: dai politici corrotti agli stranieri con accenti buffi, passando per le disavventure fisiche altrui. Il Philogelos, una raccolta di barzellette greche e romane risalente al IV secolo d.C., è piena di freddure su medici incompetenti, avari spietati e studenti di filosofia un po’ ottusi. Insomma, certi stereotipi comici resistono da duemila anni. Ed è proprio per questo che la barzelletta che segue funziona ancora benissimo.

La barzelletta del monastero del silenzio

Un giorno frate John decise di ritirarsi nel Monastero del Silenzio. Il Superiore lo accolse con queste parole: «Fratello, sei il benvenuto. Puoi rimanere qui finché vuoi, ma non devi parlare finché non te ne darò io il permesso».

Frate John visse nel monastero un anno intero prima che il Superiore lo convocasse nel suo ufficio.

«Fratello, sei qui da un anno ormai. Ora puoi dire due parole».

Frate John aprì la bocca per la prima volta in dodici mesi e disse: «Letto duro».

«Mi dispiace sentirti dire ciò» rispose il Superiore. «Ti daremo subito un letto migliore».

L’anno seguente frate John fu chiamato di nuovo.

«Oggi puoi dire altre due parole».

«Cibo freddo» disse frate John.

Il Superiore annuì gravemente e assicurò che in futuro il vitto sarebbe migliorato.

Al suo terzo anniversario al monastero, il Superiore lo convocò ancora una volta.

«Puoi dire due parole, oggi».

«Vado via» disse frate John.

Il Superiore sospirò e commentò:

«È meglio così. Da quando sei qui non hai fatto altro che lamentarti».

Perché fa ridere?

Il meccanismo comico si regge su una incongruenza a costruzione lenta. Per tre anni frate John accumula silenzio, sacrificio e pazienza, usando le sue rarissime parole concesse per esprimere lamentele essenziali. Il colpo finale arriva con la battuta del Superiore: dal suo punto di vista, quei sei miseri aggettivi pronunciati in tre anni equivalgono a una lamentela continua e insopportabile. Il contrasto tra la percezione esterna e la realtà vissuta da frate John è il cuore della barzelletta — e funziona perché, in fondo, conosciamo tutti qualcuno convinto di essere circondato da ingrati.

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