Quando un ragazzo di quattordici anni smette di rispondere a una domanda semplice perché ha paura di sbagliare, o quando una nipote evita di mostrare un disegno che ha fatto perché teme il giudizio, spesso i nonni si trovano spiazzati. Vorrebbero dire qualcosa di giusto, ma temono di sembrare fuori moda, invadenti, o peggio ancora, di peggiorare la situazione. Supportare l’autostima degli adolescenti è una delle sfide più delicate che i nonni si trovano ad affrontare oggi, soprattutto perché le dinamiche emotive di questa fase della vita sono cambiate molto rispetto a qualche decennio fa.
Perché gli adolescenti di oggi sembrano così fragili
Le ricerche condotte negli ultimi anni da psicologi dell’età evolutiva mostrano un dato preoccupante: i ragazzi tra i 12 e i 18 anni presentano livelli di autocritica significativamente più alti rispetto alle generazioni precedenti. Tra i fattori che contribuiscono a questo fenomeno c’è l’esposizione continua ai social media, che alimenta il confronto costante con gli altri e distorce la percezione di sé (Journal of Youth and Adolescence, 2022). Ma non è solo una questione di smartphone. L’adolescente di oggi vive in un ambiente molto più competitivo, dove il voto, l’aspetto fisico e la popolarità sembrano avere un peso enorme sul senso di valore personale.
I nonni che osservano questi comportamenti spesso faticano a riconoscerli come segnali di insicurezza cronica. Un nipote che risponde a monosillabi, che sminuisce i propri risultati o che si ritira prima ancora di provare non è semplicemente “timido”: sta probabilmente lottando con una bassa autostima situazionale, ovvero quella forma di insicurezza che si manifesta in contesti specifici come la scuola, le amicizie o la famiglia.
Cosa funziona davvero: il ruolo unico dei nonni
I nonni hanno una risorsa che i genitori spesso non hanno: il lusso della distanza emotiva. Non devono preoccuparsi dei voti, non hanno la pressione di “formare” il ragazzo, e questo li rende interlocutori potenzialmente meno minacciosi. La psicologia dello sviluppo definisce questo ruolo come “base sicura alternativa”, un concetto elaborato a partire dalle teorie dell’attaccamento di John Bowlby.

Ma come si traduce tutto questo in pratica, senza risultare invadenti o fuori contesto? Ecco alcune strategie concrete che funzionano:
- Raccontare i propri fallimenti passati senza drammatizzare. Un nonno che racconta di quando bocciò un esame o combinò un disastro al lavoro, e poi rise di sé stesso, offre al nipote un modello potentissimo: sbagliare non è una catastrofe.
- Fare domande aperte invece di dare risposte. Invece di dire “sei bravissimo, non preoccuparti”, chiedere “cosa pensi che potresti fare in modo diverso la prossima volta?” stimola l’autonomia di pensiero e la fiducia nelle proprie capacità decisionali.
- Valorizzare il processo, non solo il risultato. Riconoscere lo sforzo — “ho visto quanto ci hai lavorato” — è molto più efficace di un generico elogio sul talento, come dimostrano gli studi sulla growth mindset di Carol Dweck.
Il tono che fa la differenza
C’è un errore che i nonni commettono spesso in buona fede: minimizzare le preoccupazioni del nipote. Frasi come “ai miei tempi era ben peggio” o “non c’è niente di cui preoccuparsi” sembrano rassicuranti, ma per un adolescente che già fatica a sentirsi capito suonano come una svalutazione. La validazione emotiva — cioè riconoscere che quello che prova ha senso, anche senza condividerlo — è il primo passo per costruire un dialogo autentico.
Non serve essere psicologi. Serve essere presenti in modo consapevole, saper stare nel silenzio senza riempirlo di consigli non richiesti, e ricordare che un adolescente che si sente visto senza essere giudicato ha già fatto metà del lavoro per ritrovare fiducia in sé stesso. I nonni, in questo, hanno un talento naturale che spesso sottovalutano.
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